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DATA
Ottobre 2015

TIPO
Esame universitario

PROGETTISTI
Luigi Arcopinto + Alba Chiara Barone + Antimo D’Agostino + Raffaele Di Peppo + Angelo Gloria + Elvira Griffo + Davide Ianniello + Simone Lombardi

Progetto realizzato in occasione del “Workshop di Progettazione Intesiva” tenuto dall’Arch. PhD Cherubino Gambardella. L’edificio è stato concepito con la supervisione dell’Arch. PhD Fabrizia Ippolito.

IL CANNOCCHIALE: UTOPIA E CONTAMINAZIONE
“Mosso da sentimenti di riconoscenza verso il popolo cinese e allo scopo di rafforzare i rapporti tra Oriente ed Occidente istituisco una fondazione denominata Curzio Malaparte al fine di creare una casa di ospitalità, di studio e di lavoro per gli artisti cinesi in Capri.”(1)

Il progetto trova il suo fondamento formale nell’ambito delle volontà testamentarie del Malaparte e, più nello specifico, nella volontà di voler creare una casa per gli artisti sulla Punta Massullo, un irto e stretto promontorio della costiera caprese che sembra quasi sorgere dal mare.
La composizione va a porsi nell’ambito della stereometria del volume della Malaparte, andando però, a contaminare, variare e surrogare le dimensioni del volume originario, allungandolo lungo l’asse longitudinale e svuotandone il pian terreno, ove si è reso possibile allocare ed accentuare lo scavo di fondazione con una forza quasi brutale che rende evidente l’attacco tra l’ambiente antropizzato, quindi l’edificio per antonomasia, e l’ambiente naturale con lo scoglio, il promontorio, la sella e tutti gli elementi che lo caratterizzano.

L’edificio è elementare; è caratterizzato dall’accostamento e dalla ripetizione di un elemento o, per meglio dire, un’unità base che è costituita da un modulo di circa due metri per due metri che va a scandire tutta la composizione architettonica. Lo troviamo riproposto, oltre che nel posizionamento delle partizioni interne e della struttura anche nella “pavimentazione” delle piazze sul mare. Il termine pavimentazione è inserito tra virgolette perché, nell’argomentazione di questa proposta progettuale, essa viene figurata come un sistema di due piastre modulari connesse da trentatré gradini. Le piastre sono immaginate, quindi, come composte da elementi assemblabili e all’occorrenza smontabili. Tra le altre cose, va precisato che quasi come se fosse l’eccezione che conferma la regola, in qualche punto, dei moduli della piazza saltano lasciando posto a delle sedute a filo.

In ogni caso, l’edificio nel suo complesso si presenta come un parallelepipedo allungato ai lati, la cui forma rimanda ad un cannocchiale che svuota lo sguardo in avanti verso il mare, ma anche verso la natura da proteggere e conoscere. Ecco che quasi come giocoso contrappasso al rigore della logica formale del parallelepipedo si svuotano alcuni punti della facciata, in corrispondenza del mare, quindi sul prospetto frontale, ma anche sui prospetti longitudinali in corrispondenza dei Faraglioni e della costiera sorrentina. La scelta di un disegno con un unico elemento puro e formale è dettata dall’esigenza di corrispondere ad una percezione veloce dell’oggetto, utile ad un colpo d’occhio efficace. Il tutto gioca su un continuo contrasto tra massa e vuoto; la solidità, sottolineata dal rivestimento in calcestruzzo a vista e dalla struttura a doppio involucro, la leggerezza conferita dalla forma e dalla struttura dell’edificio quasi apparentemente sospeso.

Bisogna inoltre tenere ben presente, nella lettura di questa composizione, che confrontarsi con una realtà come quella di Punta Massullo ed immaginare di proporre un progetto su di un promontorio su cui potenzialmente non c’è nulla, ma su cui il fantasma della Malaparte continua ad insistere, dimostra in modo lapalissiano che tutti i ragionamenti fin ora espletati sono il risultato di un processo che trova attracco nei meandri di quel “relitto sulle acque di un’epoca di caos”(2) che continua a contaminare le idee di tutti gli individui che entrano in rotta di collisione con esso. Di qui ecco chiara la citazione ai trentatré gradini del volume progettato da Libera che, assieme allo sfruttamento della stereometria di Villa Malaparte e della piazza sul mare che domina dall’alto della casa dello scrittore il mediterraneo, sfondano l’immaginario della nuova composizione architettonica arricchendola, dominandola e ricordando all’astante la blasfemia insita in questa utopia furibonda.

NOTE
(1) Giuseppe Scaraffia, Processo all’eredità di Kafka, Il Sole 24 ORE, 20 Luglio 2010.
(2) John Hejduk, Casa come me, Domus 605, Aprile 1980.
Articolo pubblicato nel libro “Massullo 2.0”